Visitare Vancouver

Vancouver, paradiso metropolitano

Per il secondo anno, la prima città del Canada Occidentale è la “più vivibile del pianeta” secondo l’Economist. Dal Capilano allo Stanley Park, dalla luce che abbaglia all’integrazione sociale, ecco i perché
E’ sempre lei, Vancouver, l’eden metropolitano del pianeta. La conferma arriva dall’edizione 2011 della classifica globale di vivibilità, stilata ogni anno dall’Economist Intelligence Unit, gruppo di ricerca che fa capo all’omonimo quotidiano finanziario. La terza città canadese, splendidamente posizionata sul Pacifico, ribadisce la leadership del 2010. E’ il coronamento dell’anno olimpico, nel quale, però, come si legge nella motivazione del primato, sul sito EIU, i Giochi invernali e il loro successo ne hanno solo “cementato la posizione”.

Vancouver precede una serie di città medie o medio-grandi – nessuna può essere definita metropoli – perlopiù posizionate nei Mondi nuovi della parte occidentale – culturalmente parlando – del pianeta. Una top ten in altre parole dominata da Canada, Australia e Nuova Zelanda. A scendere, infatti, troviamo, sui gradini inferiori del podio, Melbourne, e la prima “intrusa” europea, Vienna. Seguono località accomunate da un vissuto di pochissimi secoli: le canadesi Toronto e Calgary precedono, sesta, la seconda e ultima rappresentante del Vecchio Continente nelle dieci, Helsinki, una delle più “giovani” capitali europee. Infine, quattro regine del Down Under: le australiane Sydney (7ma), Perth e Adelaide (8e a pari merito) e la neozelandese Auckland.

La lista comprende 140 città. In fondo si leggono, partendo dalle meno piacevoli da vivere, Harare (Zimbabwe), Dhaka (Bangladesh) e Port Moresby (Papua Nuova Guinea). Osaka, 12ma assieme a Ginevra, supera Tokyo, 18ma. New York è appena 56ma, sovrastata di 3 piazze da Londra. Molto meglio Parigi, sedicesima, mentre Pechino è di un soffio nella parte bassa del ranking, 72ma, surclassata, almeno per ora, dall’ex colonia britannica Hong Kong, 31ma.

Ma perchè Vancouver? I parametri presi in esame dall’Economist Unit sono 30 e fanno capo a 5 grandi categorie – stabilità, tutela della salute, attività culturali e ambiente, istruzione media e infrastrutture. Al di là dellla metodologia adottata, dalla lettura dei nomi della top ten si delinea il profilo di una polis postmoderna, che ingloba i pregi della metropoli lasciandone i difetti fuori dalle mura. Aree urbane dove due milioni di persone – e qualche volta 5, come a Sydney o a Toronto – riescono ancora a convivere senza fare a spintoni, respirando aria (relativamente) sana, in un ragionevole equilibrio sociale, anche tra le diverse culture. Città cosmopolite, ricche di eventi di livello planetario, che offrono anche la possibilità di fruirli, senza doversi barricare in casa, vittime dei disservizi o, peggio, assediati dalla criminalità.

Vancouver è tutto questo, oltreché una bellissima città, emblema di uno stato che perfino nelle targhe delle auto si presenta come “Beautiful British Columbia”. E’ anche la canadese dal clima più mite: certo, piove copiosamente, ma i 30-40 sotto zero di Toronto e Montreal, per non parlare di Calgary e Winnipeg, non vengono neanche sfiorati. E d’estate, quando il cielo è sereno, l’atmosfera è incantevole, tra temperatura mite, se non calda, e luce accecante: a chi arriva in agosto, balena il confronto – impietoso – tra il blu indaco del cielo di queste parti e  il grigio-marrone dello skyline di Londra, che è (quasi) su un oceano alla stessa latitudine. Magnificamente incastonata tra mare e monti, può essere descritta a cominciare dalla Grouse Mountain. Un belvedere, a 1200 metri, raggiungibile quasi dal centro, in funivia: indimenticabile, con la città da un lato e la foresta allo stato puro dall’altro. D’inverno, si scia con vista sui grattacieli; d’estate si praticano il trekking e un’ampia rosa di attività estreme, a cominciare dal bungee jumping dal Capilano Suspension Bridge, il ponte che sovrasta una gola da brivido. Ma c’è anche uno spazio dedicato per ascoltare musica, all’aperto.

A livello mare, lo Stanley Park è un immenso spazio verde con piste di jogging e biking e vista sulla scenografica stazione marittima (Canada Place), dove approdano le navi da crociera che fanno servizio per l’Alaska. Gastown, la città “antica” (l’Ottocento da queste parti è preistoria, almeno per le civiltà di derivazione europea), è un piccolo gioiello di architettura d’epoca, a metà tra la Londra Vittoriana e l’urbanistica del primo Novecento nordamericano. E ancora, il mercato di Granville Island, l’acquario, ancora nello Stanley Park, dove si possono anche ammirare coloratissimi totem delle popolazioni native. E poi, la Chinatown più grande del Canada. Ma attenzione, Vancouver, una delle città occidentali a più alta densità di popolazione di origine cinese, è anche quella in cui l’integrazione è ai massimi livelli. Basta guardarsi intorno, e cominciare a contare le coppie miste, giovani ma non solo, per capire che qui chi vive nel quartiere “etnico” lo fa per spirito d’appartenenza più che per necessità. Una componente sicuramente non irrilevante, tra le tante che hanno determinato la qualifica di “most liveable city”.

Di contorno, ci sono servizi di altissimo livello, a partire da una metropolitana leggera, lo Skytrain, di 68 chilometri, e da una efficientissima rete di ferry che collega il downtown alla parte “North”. Ma anche per chi si trova a percorrere la città in auto, non vengono i capelli bianchi. Dalla enorme periferia ci si trova facilmente indirizzati a un downtown smisuratamente vasto rispetto ai flussi di traffico che deve sostenere – perlomeno per gli standard europei. Perdersi è praticamente impossibile, anche per chi arriva – straniero e profano – in un “sovraffollato” venerdì pomeriggio: segnaletica perfetta, traffico ordinato e fair play assoluto perfino nel cuore del downtown aiutano a centrare il proprio obiettivo al primo colpo.

E’ il frutto di un mix di talento naturale – l’educazione dei canadesi è proverbiale – e severità dei controlli. Per credere basta trasgredire minimamente – è capitato a chi scrive – una domenica mattina d’agosto. Poche frazioni di secondo a cavallo di due corsie dello stesso senso di marcia di un’avenue deserta (chissà cosa sarebbe successo a guidare contromano…)  per vedersi piombare addosso il poliziotto motociclista che ti affianca e urla: “Di quante corsie credi di avere bisogno?!”. Ma se sei in buona fede  e replichi sommessamente: “Mi spiace, sono un turista che cercava un indirizzo”, il cop cambia tono, e magari chiude la vicenda con un “Beh, allora vedi di farlo su una linea sola”, lasciandoti a godere la tua love story con la più orientale delle capitali dell’occidente.

Arturo Cocchi da repubblica.it



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