Un Polo Nord senza ghiaccio ? per qualcuno è un affare gigantesco

GHIACCIO BOLLENTE – FINCHÉ ERA UNA LANDA GLACIALE, NON FREGAVA NIENTE A NESSUNO, MA ADESSO IL POLO NORD SI LIQUEFA E LASCIA SPAZIO A NUOVE ROTTE MARINE (PER ANDARE DA AMBURGO A TOKYO SI RISPARMIANO 7600 MIGLIA DI STRADA RISPETTO AL PERIPLO DELL’AFRICA), E RIVELA ANCHE IMPORTANTI RISORSE MINERARIE OGGI SFRUTTABILI CON LE NUOVE TECNOLOGIE – IL VESPAIO DI CHI HA FIUTATO L’AFFARE PERÒ RISCHIA DI CREARE GRAVISSIMI DISASTRI AMBIENTALI…

Roberto Giovannini per “la Stampa”

Nelle nostre carte geografiche il Polo Nord in pratica non si vede, sembra un’area piccola del globo, poco importante, inutile. Un «inganno» prodotto dalla necessità di riportare su una mappa bidimensionale le forme di uno sferoide quale è la Terra. Ma anche frutto del disinteresse per una regione inabitabile, irraggiungibile, ostile. Un mare gelato privo di risorse, degno di nota solo per i molti tentativi infruttuosi di raggiungere il Polo Nord geografico, iniziati nel 1826 e conclusi nel 1909 dall’impresa (per molti falsificata) del gruppo guidato da Robert Peary.

Eppure, il solo Oceano Glaciale Artico ha una superficie equivalente a quella dell’intera Russia. Eppure, oggi sappiamo che l’Artico è un ambiente fondamentale per determinare lo stato di salute dell’intero pianeta, con la sua annuale trasformazione in ghiaccio.

Un ambiente delicatissimo, ancora non completamente studiato, minacciato dal riscaldamento globale del pianeta. E di recente insieme valorizzato e messo in pericolo dalla scoperta di importanti risorse minerarie oggi sfruttabili con le nuove tecnologie, e dalla possibilità di percorrere rotte marine aperte dalla riduzione dell’area dei ghiacci. Il vecchio passaggio a Nord-Ovest, che attraverso il Canada collega Atlantico a Pacifico. Ma anche il «nuovo» passaggio a NordEst reso possibile dallo scioglimento dei ghiacci, a nord della Siberia: per andare da Amburgo a Tokyo – sempre con l’aiuto di un rompighiaccio – si risparmiano 7600 miglia di strada rispetto al periplo dell’Africa.

A gettare nuova luce sullo stato di salute dell’Artico ci penserà un appuntamento che si svolgerà nella metropoli canadese di Montreal il prossimo aprile, nel quadro dell’Anno Polare Internazionale. Una conferenza coordinata dal Canada, con la collaborazione dell’ICSU (l’International Council for Science) e del WMO, l’organizzazione delle Nazioni Unite che studia la meteorologia, che chiamerà 2 mila esperti a discutere di nuove scoperte scientifiche. Per passare come spiega il professor Peter Harrison, che presiederà la conferenza «dalla conoscenza all’azione».

Molti sono i problemi sul tavolo, spiega il geografo canadese. Ci sono i nuovi studi sulle correnti e sulla formazioni dei ghiacci. Ma, più concretamente, con la scoperta di nuovi giacimenti di petrolio, gas e minerali servono «robuste regole per controllare l’esplorazione e la ricerca: un eventuale incidente tipo Golfo del Messico in zona artica potrebbe avere conseguenze gravissime.

Attualmente, nessun Paese ha le capacità operative per affrontare emergenze simili. Anche per questo – spiega Harrison – si stanno cercando di stringere accordi di collaborazione internazionale in materia». Collaborazione che, però, si scontra con la volontà dei Paesi che si affacciano sull’Artico di mettere le mani sulle ricchezze naturali nascoste: molti stanno estendendo fino alle 200 miglia marine massime le cosiddette «zone economiche esclusive», con conseguenti sovrapposizioni e potenziali tensioni diplomatiche.

E c’è poi il problema del riscaldamento globale e delle sue conseguenze. «Ovviamente – chiarisce il presidente della Conferenza – neanche in estate l’Artico è il Mediterraneo. Si tratta di un ambiente molto ostile e anche molto pericoloso. Ma c’è una chiara tendenza alla riduzione sia dell’area che resta ghiacciata d’estate che dello spessore del ghiaccio». Il record minimo è stato toccato nel settembre del 2007 e, anche se la scorsa estate le cose sono andate «meglio» (ovvero, una maggiore superficie è rimasta gelata), non c’è dubbio che il fenomeno è in atto.

Difficile valutare le sue conseguenze globali: molti studiosi temono che possa diventare irreversibile e amplificarsi, con lo scioglimento della coltre di ghiaccio che copre la Groenlandia (che causerebbe un innalzamento del livello dei mari) e l’emissione nell’atmosfera di pericoloso metano ora «bloccato» nel permafrost, il terreno permanentemente congelato. «Per adesso conclude Harrison – possiamo solo mitigare e adattarci a questo fenomeno. Ma vorrei ricordare che per le popolazioni che vivono da millenni nell’Artico lo sviluppo e la maggior facilità di accesso è anche un’opportunità».

da dagospia.com

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