India basta con il turismo della Tigre c’è il rischio estinzione

L’India ferma il turismo della tigre

La sentenza della Corte Suprema. I nuclei dei parchi saranno off-limits, visitatori ammessi solo nelle nuove zone cuscinetto esterne. E’ polemica

Niente più safari turistico-fotografici con obiettivo tigre. Lo ha stabilito la Corte suprema indiana, ribadendo poi che gli stati dove il più grande felino asiatico, ad altissimo rischio di estinzione, vive ancora in riserve come il Ranthambore, Sariskha o Corbett, dovranno creare delle buffer zone (aree cuscinetto), tra il nucleo centrale dei parchi (core) e le aree confinanti. Tutto ciò per meglio proteggere i pochi esemplari dell’animale ancora viventi allo stato libero (l’India è casa di circa 1.700 delle 3.200 unità in cui viene stimata la popolazione residua mondiale) dal bracconaggio e da ogni sorta di conflitto di interesse con gli umani che abitano i villaggi limitrofi e possono subire attacchi e incursioni degli splendidi gatti da 150-200 chili a caccia di cibo. Solo nelle nuove aree perifiche (estese per 10 chilometri di raggio al di fuori del cuore delle riserve), il turismo a tema potrà continuare a essere praticato: i nuclei, invece, verranno chiusi al pubblico per tornare ad essere il regno esclusivo della regina delle giungle asiatiche. La Corte nel frattempo ha multato con multe di 10mila rupie i sei stati, su 11 interessati, che non hanno ancora provveduto a creare le aree intermedie: non molto, si tratta di circa 180 euro, soprattutto se si pensa che la legge sull’istituzione del doppio livello di protezione esiste dal 1972.

La decisione della Corte suprema è stata assunta in via cautelativa, in seguito alla denuncia dell’associazione ambientalista Prayatna, di Bhopal. Il suo fondatore Ajay Dubey è convinto infatti che, allo stato attuale di minaccia per la sopravvivenza della specie, anche il più ben disposto tra i contatti umani può essere nocivo, soprattutto dove (come accade nell’interno dei parchi) e quando le tigri sono impegnate nell’attività riproduttiva, ma anche in quella di caccia. Se da qui a settembre arrivasse la conferma definitiva, i famosi santuari, gli unici nei quali è possibile ammirare gli animali in libertà, dove nel frattempo le autorità locali stanno per creare le aree cuscinetto o l’hanno appena fatto, dovranno bandire al pubblico i rispettivi nuclei centrali, con tanto di chiusura di alberghi, resort e servizi turistici vari. Le zone cuscinetto non saranno elevate al rango di parco nazionale, ma dovrebbero bastare a tenere separati gli habitat della tigre e delle popolazioni limitrofe.

Il pronunciamento ha avuto vasta eco nel Paese asiatico, dove la sensibilità verso la conservazione della tigre è ormai forte, tanto che, assieme al Nepal, si è appena conquistato un “semaforo verde” dal Wwf al riguardo. D’altra parte, il turismo a tema è una significativa fonte di introiti: in India ci sono 42 riserve dove è possibile avvistare il felino maculato, in alcune di esse è la prima ragione di visita e soggiorno. In teoria, in tutte queste aree, l’epicentro del movimento umano, con autoveicoli, escursioni su elefanti e via dicendo, dovrebbe essere spostato ai bordi del parco, dove sicuramente la frequenza e l’attività degli splendidi animali sarà molto meno forte, soprattutto all’inizio. “La creazione dell’area cuscinetto è di grande importanza per la sopravvivenza della specie – spiega A. C. Choubey, alto dirigente della Guardia forestale del Rajasthan, – potrà ospitare giovani adulti, esemplari anziani..” Gli individui, cioè, al di fuori dei nuclei familiari (che beneficeranno di condizioni migliori nel cuore dei parchi), ma che con questi devono comunque interagire.  Il tutto ovviamente trova in disaccordo chi vive di questo turismo, che nasce per essere affatto o minimamente invasivo, ma che rischia di creare danni anche per il moltiplicarsi della domanda e degli afflussi: oggi a “caccia” dei felini ci si muove a decine, persino con gli autobus, con le prevedibili conseguenze. “Le più alte densità di popolazione di tigre si trovano proprio nelle aree dove è stata sviluppata questa forma di turismo – dicono al Travel Operators For Tiger, un’associazione delle agenzie specializzate -. Se non saranno più visitati, e di conseguenza non più amati, i santuari dedicati al grande felino finirebbero per perdere tutti gli esemplari che racchiudono, perché la caccia abusiva tornerebbe a prevalere”.

In teoria, il bando costringerà a rivedere i propri piani centinaia, se non migliaia, di turisti, tutti coloro che avevano previsto una permanenza all’interno di una delle foreste dove scatta il divieto. In pratica, per il momento accadrà poco o nulla. Parchi come il Ranthambore e il Corbett sono già chiusi, per stagione monsonica. Bisognerà vedere se da qui all’autunno, stagione in cui il safari alla tigre storicamente riapre i battenti, la Corte confermerà la propria decisione. O se invece, complice la magari definitiva creazione delle zone cuscinetto, si arriverà a un’altra soluzione del problema.

 

di Arturo Cocchi da repubblica.it

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