Il Nilo l’Africa e la sete d’acqua

LE GUERRE DELL’ACQUA: SERVIZI SEGRETI USA IN ALLARME
Così il Nilo sta assetando l’Africa
I cambiamenti climatici stanno facendo diminuire la quantità idrica nel bacino. E i rischi di conflitti aumentano

NEW YORK – Un paio d’anni fa, dalla cascata di documenti diplomatici trafugati elettronicamente da Wikileaks venne fuori un dispaccio del 2009 nel quale un ministro egiziano si mostrava, in privato, ostile all’accordo sul Sudan del Sud, la repubblica divenuta indipendente un anno fa: una minaccia per il Cairo, un altro Stato pronto ad accampare pretese sull’acqua del Nilo. La difesa del grande fiume che da millenni scandisce la vita della terra dei faraoni, è da sempre l’ossessione del governo egiziano, più ancora dei conflitti mediorientali. Nel 1979 l’allora presidente Sadat, firmato il trattato di pace con Israele, sentenziò: «Ormai l’unica cosa che può trascinare di nuovo in guerra l’Egitto è l’acqua».
Acqua che nel bacino del Nilo sta diventando più scarsa a causa dei cambiamenti climatici, mentre le popolazioni rivierasche vivono un’epoca di crescita demografica vertiginosa. Un mix esplosivo che nel giro di pochi anni rischia di portare a un conflitto. È quello che prevedono, in uno studio, i servizi segreti americani secondo i quali c’è ancora qualche margine per intervenire nei prossimi dieci anni: poi una «water war» diventerà pressoché inevitabile. È la stessa preoccupazione delle Nazioni Unite che sollecitano i Paesi più influenti dell’area e quelli direttamente toccati dal problema a mettere in campo una vera e propria «idrodiplomazia».

Lo «status quo» che garantisce a Egitto e Sudan il 90 per cento dell’acqua del Nilo sulla base dei trattati dell’era coloniale (1929), infatti, non è più sostenibile. Allora l’Egitto aveva la popolazione più consistente mentre oggi i suoi 82 milioni di abitanti sono solo una frazione di quelli degli undici Paesi (Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenya, Tanzania, Congo, Burundi e Ruanda, oltre a Egitto e i due Sudan) del bacino del fiume: oltre 400 milioni che diventeranno quasi 700 milioni nel 2030.
Fin qui i tentativi di arrivare a un nuovo equilibrio nella distribuzione delle risorse, affidati alla Nile Basin Initiative, l’Iniziativa per il bacino del fiume, sono falliti: cinque dei Paesi che partecipano al negoziato nel 2010 hanno siglato un accordo che, però, ha subito il veto dell’Egitto, oltre che del Sudan. Da allora tutto si è fermato.

In un certo senso l’egoismo dell’Egitto è comprensibile: il Paese si estende per oltre un milione di chilometri quadrati, ma è quasi totalmente desertico. La grandissima maggioranza della popolazione vive nella piccola striscia di terra – appena 45 mila chilometri quadrati – bagnata dal fiume. E, già oggi che ha diritto a 55 degli 80 milioni di metri cubi di acqua di portata del Nilo, soffre, per riconoscimento delle stesse Nazioni Unite, di un insufficiente approvvigionamento idrico. Ma i Paesi a sud del Sudan hanno problemi ancor più gravi e scalpitano. Stiamo parlando di nazioni nelle quali un quinto dei tanti bambini che continuano a morire di malattie e di stenti sono uccisi proprio dall’emergenza idrica: poca acqua a disposizione, e per di più contaminata. Gli aiuti internazionali, pubblici e della filantropia privata, in questi anni hanno fatto molto, con tanti villaggi che hanno ricevuto attrezzature e imparato a scavare pozzi artesiani. Ma sono interventi limitati e non tutti i governi locali collaborano.

Un caso a parte è l’Etiopia: alcuni Paesi occidentali che detestano il suo regime autoritario alla fine collaborano con Addis Abeba che ha dimostrato la volontà di battersi per ridurre la povertà e migliorare le condizioni igieniche del suo popolo. Ormai un gigante che va verso i 90 milioni di abitati, l’Etiopia vuole dire la sua anche sull’uso delle acque del Nilo. Quanto alla Tanzania, non ha aspettato le nuove iniziative della «idrodiplomazia» per irrigare la regione del Tabora con le acque del lago Vittoria che, in quanto principale fonte di alimentazione del Nilo, sarebbero vincolate dai vecchi trattati. Un primo progetto è stato completato negli anni scorsi, nonostante le proteste del governo del Cairo. Ora ne è stato annunciato uno nuovo che partirà nel 2013. L’Egitto lamenta di non essere stato nemmeno informato, ma, dopo il fallimento dei negoziati del 2010, adesso i Paesi del tratto meridionale del bacino del Nilo sostengono che i protocolli dell’era coloniale (quello col timbro britannico, del 1929, e quello «aggiornato» bilateralmente da Egitto e Sudan nel 1959) non hanno più valore legale perché risalgono a un’epoca precedente all’indipendenza di molti dei Paesi interessanti, dal Kenya all’Uganda alla Tanzania.

Le tensioni, insomma, montano in un continente, l’Africa, ancora poverissimo, ma in tumultuosa crescita nel quale Paesi che cominciano ad assaporare qualche briciola di benessere non accettano più di essere devastati dalla siccità e da condizioni igienico-sanitarie subumane: se la comunità internazionale non corre rapidamente ai ripari il Nilo, il grande fiume che da millenni porta la vita a interi popoli, può diventare un campo di battaglia.

Massimo Gaggi da corriere.it

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