Il Carnevale di Salvador di Bahia

In questi giorni esplode il Carnevale nero del Brasile

Tra musica, danza e riti di possessione, a San Salvador di Bahia esplode in questi giorni il Carnevale nero del Brasile. La folla si assiepa di prima mattina nella centrale piazza Castro Alves. Da qui parte il grande corteo. Lo aprono i trios electricos: orchestrine montate sui tetti di camion colorati, illuminati con neon e pieni di fronzoli, dai loro strumenti esce una musica assordante che ritma la danza di decine di mulatte seminude che agitano i loro corpi sui cassoni dei camion, offrendosi simbolicamente alla massa. Migliaia di persone li circondano scatenandosi in danze che coinvolgono l’intero corpo.
Sfilati una cinquantina di trios electricos è la volta dei blocos, le diverse scuole di samba della città che si esibiscono con i sambão, coreografie accompagnate dal ritmo della batteria. A Bahia si balla il samba de roda: di origine africana, è una variante del più noto samba di Rio. Viene danzato avanzando e indietreggiando contemporaneamente. I movimenti del corpo sono cadenzati mentre le braccia vengono agitate con violenza. Lo si danza in tondo (da qui il nome roda: ruota), mentre uno dei partecipanti, al centro, improvvisa i passi. Non bisogna attendere il Carnevale per vederlo ballare: tutte le sere nei fine settimana ci sono musica e danze sul Terreiro de Jésus, nella città alta. Al Pelourinho, l’antico quartiere coloniale formato da case e chiese barocche, il più fedele alle origini africane. <Tutta la ricchezza dell’uomo di Bahia, grazie alla sua civiltà e alla sua povertà infinita, tutto il dramma e tutta la sua magia nascono e si ritrovano nella città alta> scrisse Jorge Amado,  l’autore brasiliano che ha fatto conoscere al mondo intero – attraverso i suoi romanzi – vita, tradizioni, riti, cerimonie e cucina della gente nera di São Salvador de Bahia de Todos os Santos, la baia di tutti i santi e – come dicono i suoi abitanti – di tutti i peccati.
Ai blocos seguono i capoeristas. La capoeira, danza originaria dell’Angola, è una lotta e un ballo al tempo stesso: durante la schiavitù i neri non potevano portare armi, ma per mezzo di quest’arte, dai risvolti marziali, riuscivano a conservare una tecnica di autodifesa. I danzatori, sempre scalzi e a torso nudi, si affrontano con colpi frenati di piedi, mani e testa. I lottatori non devono mai toccarsi. Appoggiandosi sulle mani, tirano potenti calci verso la testa dell’avversario che, in genere, li schiva. Movimenti audaci e acrobatici ma disciplinati dalla perfetta sincronizzazione di colpi e parate. Il suono del berimbau (un arco fissato a una zucca che fa da cassa di risonanza) scandisce allontanamento e il riavvicinamento dei corpi con un ritmo sempre più rapido.
Al Carnevale partecipano anche gli adepti al candomblé: indossano i costumi più ricchi, inalberando i simboli rituali dei propri Terreiros. Prima della grande festa fanno offerte a Exù: demone del male e della burla. Gli schiavi deportati dall’Africa furono costretti ad adottare la religione dei propri padroni, continuarono però a praticare i loro culti sostituendo ai nomi dei loro dei quelli dei santi della Chiesa cattolica. Oggi a Salvador esistono settecento Terreiros di candomblé. Nelle loro cerimonie il fumo dell’incenso e la musica ossessiva dei tamburi introducono a rituali con profonde implicazioni simboliche, artistiche e filosofiche. I corpi degli iniziati si abbandonano a una danza frenetica che, in un crescendo di tensione, li porta al trance e a essere posseduti dagli orixas, le divinità africane.
Chiude il corteo la massa di gente comune: decine, centinaia di migliaia di persone pigiate nella strada che, indossata una mortalia (ampio manto colorato), ballano il samba. La processione termina a notte fonda nel Terreiro de Jésus.

Marco Moretti da lastampa.it

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