Vajont la centrale della vergogna

Vajont, la centrale della vergogna
I Comuni colpiti dal disastro del 1963 vogliono costruire a valle della diga una centrale idroelettrica. Lo scrittore Corona: «Il mondo direbbe che ci siamo venduti l’acqua dei morti».

Mauro Corona, alpinista e scrittore.
«Sfruttare l’acqua del Vajont mezzo secolo dopo il disastro? Il mondo direbbe che ci siamo venduti l’acqua dei morti. Certi soldi lasciano il marchio della vergogna». Insomma quella centrale idroelettrica che i comuni di Longarone Castellavazzo, Erto e Casso vogliono costruire sul torrente Vajont a valle della diga più tristemente famosa al mondo, non s’ha da fare. Come un colpo d’accetta ben assestato su un tronco di cirmolo, la stroncatura del progetto è di quelle che lasciano il segno, perché è pronunciarla non è uno qualsiasi, ma è l’ertano Mauro Corona, grande alpinista e scrittore (l’ultimo suo romanzo è “La fine del mondo storto”, edito da Mondadori) fine artista del legno, e “coscienza inquieta” di questo angolo di montagna, a cavallo tra il Friuli e la valle del Piave.

Corona vive ancora nella sua Erto, un pugno di case nella valle del Vajont, a pochi passi dalla diga “maledetta” che 47 anni fa fu teatro della più grande tragedia causata dall’uomo che il mondo ricordi (lo ha riconosciuto l’Onu nel 2008): nella notte del 9 ottobre 1963 un’onda gigantesca, provocata dalla frana del monte Toc, cancellò interi paesi, tra cui Longarone, dalla carta geografica e causò la morte di 1910 persone.

Il severo giudizio dello scrittore cade proprio nei giorni in cui il Consiglio comunale di Longarone ha approvato il piano per la costruzione di questa nuova centralina idroelettrica, tramite la costituzione di una società mista (al 60 per cento pubblica e il restante privata) che dovrebbe produrre 15 milioni di kilowattora all’anno, pari al fabbisogno di circa seimila famiglie e che dovrebbe far introitare nelle casse di ciascuno dei tre Comune almeno 300 mila euro.

Perché quel progetto è sbagliato?
Perché quella non è più l’acqua del Vajont, ma della disgrazia del Vajont, e non la si può più usare, perché ha assunto un altro valore, un altro significato.

E cioè?
Il Vajont non è solo di Erto, Casso e Longarone. Come Auschwitz non è solo dell’omonima cittadina polacca. Il Vajont, come Auschwitz, è delle coscienze di tutti noi. Perché siamo tutti depositari della memoria di questo luogo. Per tutto il mondo, dopo l’opera di Marco Paolini e il film di Renzo Martinelli, noi siamo ‘quelli del Vajont’. Siamo quelli della tragedia costruita mattone su mattone dalle mani dell’uomo. Se innalzeremo una centralina, andranno a dire di noi a buon diritto: ‘ma guarda quelli del Vajont che hanno sbraitato per decenni, insultato lo Stato e inveito contro l’avidità che ha fatto scempio della sicurezza e delle vite umane. Adesso che fanno? Vogliono lucrare su quell’acqua’. No, non possiamo permettercelo.

Che fare allora?
Perché non viene indetto un referendum e si chiede alla popolazione cosa pensa del progetto?

In passato se ne parlò nelle sedi amministrative, ma l’idea venne cassata, mi pare…
E sai perché? Sanno che la centralina verrebbe bocciata.

Si giura che il suo impatto ambientale sarebbe pressoché nullo e non esisterebbero rischi…
La sola parola centralina mi inquieta. E’ un bel diminutivo, rasserena. Ma le tragedie personali, come quelle collettive, nascono sempre da bei diminutivi: uno ingrassa e sballa il colesterolo con la bistecchina, il formaggino, il dolcetto….

I Comuni dicono che l’impianto potrebbe rappresentare il riscatto economico per queste comunità di montagna. Insomma il futuro per questi luoghi poveri…
A volte l’etica deve superare la logica del profitto, anche se sei un morto di fame.

Insomma meglio miserabili che…
Che essere additati come coloro che hanno venduto l’acqua che scorre ancora sopra le ossa di centinaia di corpi sepolti qui sotto, quelle dei cittadini di Erto e degli operai della diga. Per questo mi dissocio. Prendersi l’acqua del Vajont è come andare in un cimitero a cercar lumache da mangiare.

Un po’ forte come metafora, non credi?
No, giusta. A rigor di logica l’idea della centrale non è sbagliata. Questi sono davvero paesi che vivono con pochi spiccioli e i tagli ai bilanci sono una realtà. Allora quest’acqua diventa allettante. Ma la memoria non si può trascurare. Anzi proprio quest’ultima potrebbe diventare la vera ricchezza di questo luogo.

Alludi all’avvio di attività turistiche?
Certo. Perché non inventarsi un turismo intelligente della memoria? Percorsi guidati per bambini? Non solo sulla diga come adesso, ma lungo i tre paesi colpiti nel ’63? Perché ogni anno a Longarone non si promuove un congresso mondiale sui disastri ambientali?

Ma il visitatore che viene oggi cosa trova quassù?
Poco o niente: un camminamento sulla diga, una baracca sbilenca e due gabinetti di plastica. E ogni anno, nonostante ciò, sul Vajont arrivano 250 mila turisti.

Insomma, sembra dire Corona, se si deve tenere la luce perennemente accesa su quanto fu devastante la logica del profitto che ignorò il rischio ambientale, non lo si faccia proprio con i kilowattora estratti dalle acque di quel torrente.
Alberto Laggia da famigliacristiana.it

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